Sony Interactive Entertainment sta affrontando la pressione legale più intensa mai subita dal PlayStation Store. Nel Regno Unito il processo Alex Neill contro Sony, una class action da 2 miliardi di sterline, si è concluso l’8 maggio 2026 e ora attende una sentenza che potrebbe riscrivere le regole del negozio digitale più usato d’Europa. Nei Paesi Bassi, una fondazione di consumatori ha portato in tribunale un caso gemello da oltre 400 milioni di euro. Negli Stati Uniti, Sony ha già dovuto accettare un risarcimento, seppur minore, per pratiche simili sul PlayStation Network. Al centro di tutto c’è la commissione del 30% che il colosso giapponese applica su ogni acquisto digitale: la stessa percentuale che nell’ottobre 2025 è già costata ad Apple una condanna da 1,5 miliardi di sterline in un caso quasi identico.
Il caso Alex Neill contro Sony: cosa sta succedendo nel Regno Unito
Il procedimento è registrato presso la Competition Appeal Tribunal (CAT) di Londra, l’organo giudiziario britannico specializzato in diritto della concorrenza, con il numero di causa 1527/7/7/22. È stato depositato il 22 agosto 2022 da Alex Neill Class Representative Limited, una società senza scopo di lucro costituita appositamente per rappresentare i consumatori danneggiati. Dopo un’udienza di certificazione tenutasi tra il 7 e il 9 giugno 2023, il tribunale ha emesso la sentenza di certificazione il 21 novembre 2023 e ha formalmente concesso l’ordine di procedimento collettivo (Collective Proceedings Order) il 19 gennaio 2024.
Il processo vero e proprio si è svolto tra il 10 marzo e l’8 maggio 2026, per una durata complessiva di circa dieci settimane. Alla data di pubblicazione di questo articolo, la sentenza non è ancora stata emessa: secondo gli osservatori legali che seguono il caso, il verdetto della Competition Appeal Tribunal non è atteso prima di diversi mesi dalla conclusione del processo.
Chi è Alex Neill e chi finanzia la causa
Alex Neill è amministratrice delegata di Consumer Voice, un’organizzazione britannica di tutela dei consumatori, e agisce come rappresentante designata della classe. Il finanziamento del contenzioso è garantito da Woodsford, uno dei principali fondi di litigation funding attivi nel Regno Unito, mentre l’assistenza legale è affidata agli studi Milberg London LLP e Hausfeld, con Robert Palmer KC come consulente capo in aula. Il collegio della Tribunal che ha seguito il processo è composto da Ben Tidswell, Lord Richardson e Derek Ridyard.
Le accuse contro Sony: commissioni al 30% e un “ecosistema chiuso”
Il ricorso presentato da Alex Neill accusa Sony di aver abusato della propria posizione dominante ai sensi del Chapter II del Competition Act 1998 britannico e dell’articolo 102 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), applicabile per la parte di condotta antecedente alla Brexit. Nello specifico, il documento descrive Sony come il gestore di un “ecosistema chiuso” che trasforma gli utenti PlayStation in una “classe prigioniera”, attraverso tre pratiche principali: il divieto di negozi digitali concorrenti sulle proprie console, l’obbligo per gli sviluppatori di sottoscrivere contratti che impediscono la distribuzione di contenuti digitali al di fuori del PlayStation Store senza il consenso di Sony, e l’applicazione di commissioni ritenute eccessive e senza relazione con il reale costo del servizio.
Pur senza indicare una percentuale esatta negli atti ufficiali, il ricorso fa riferimento a una commissione superiore al costo effettivo di distribuzione digitale: fonti di settore e sviluppatori terzi indicano da tempo un tasso standard del 30% su ogni transazione effettuata sul PlayStation Store, in linea con quanto applicato da Apple e Google sulle rispettive piattaforme. Secondo le stime dei ricorrenti, un utente medio coinvolto nella causa avrebbe pagato circa 162 sterline in più nel corso degli anni coperti dal procedimento, con stime individuali che nella fase di certificazione erano state calcolate in una forbice tra 67 e 562 sterline prima degli interessi.
Cos’è una “opt-out collective proceedings” e perché coinvolge 12,2 milioni di persone
Il meccanismo giuridico utilizzato è quello delle “opt-out collective proceedings”, introdotto nel Regno Unito dal Consumer Rights Act 2015. A differenza delle azioni di classe “opt-in” comuni in altri paesi europei, dove ogni consumatore deve aderire attivamente, nel sistema opt-out britannico tutti gli utenti che rientrano nella definizione della classe sono automaticamente inclusi nel procedimento, a meno che non scelgano esplicitamente di uscirne entro una scadenza fissata dal tribunale.
Nel caso di Alex Neill contro Sony, la classe copre chiunque, residente nel Regno Unito, abbia acquistato giochi digitali o contenuti aggiuntivi sul PlayStation Store tra il 19 agosto 2016 e il 12 febbraio 2026. Al momento della certificazione nel 2024 la classe stimata era di circa 8,9 milioni di persone; con l’estensione del periodo di copertura fino a febbraio 2026, la cifra è salita a circa 12,2 milioni di utenti, rendendo questo il più grande procedimento collettivo mai avviato contro una piattaforma di gioco in Europa. La scadenza per l’opt-out era fissata al 9 marzo 2026.
La difesa di Sony e la battaglia sui finanziamenti PACCAR
Sony ha presentato istanze di archiviazione e di giudizio sommario sostenendo che le argomentazioni dei ricorrenti fossero prive di fondamento giuridico; la Competition Appeal Tribunal ha respinto entrambe le istanze, permettendo al caso di procedere fino al processo. Nel merito, la strategia difensiva di Sony poggia su quattro argomenti principali: i negozi digitali di terze parti rappresenterebbero un rischio per la sicurezza e la privacy degli utenti; i margini ridotti sull’hardware delle console sarebbero sostenuti proprio dalle commissioni sui contenuti digitali; il modello commerciale di Sony sarebbe in linea con quello adottato da Nintendo e Microsoft sulle rispettive piattaforme; infine, accogliere la tesi dei ricorrenti equivarrebbe a consentire un ingiusto “free-riding” da parte di negozi terzi sugli investimenti fatti da Sony nell’ecosistema PlayStation.
Parallelamente al merito, Sony ha anche contestato la struttura dell’accordo di finanziamento tra Alex Neill Class Representative Limited e Woodsford, richiamando la storica sentenza della Supreme Court britannica nel caso PACCAR del 2023, che aveva dichiarato illegittimi gli accordi di litigation funding basati su una percentuale fissa dei danni risarciti. L’accordo è stato quindi ristrutturato per basare il compenso del finanziatore su un multiplo dei costi sostenuti, con tetti massimi di protezione per la classe. La Court of Appeal ha confermato all’unanimità la validità del nuovo accordo nel giugno 2025 e la Supreme Court ha successivamente rifiutato di concedere un ulteriore grado di appello su questo punto specifico.
Il precedente che pesa: Apple ha già perso un caso quasi identico
Per capire cosa rischia davvero Sony bisogna guardare a quanto accaduto ad Apple nello stesso tribunale. Nel caso Dr Rachael Kent contro Apple, depositato nel 2021 per conto di circa 36 milioni di utenti britannici di iPhone e iPad, la Competition Appeal Tribunal ha stabilito all’unanimità, nell’ottobre 2025, che Apple avesse abusato della propria posizione dominante escludendo illegittimamente i concorrenti e applicando commissioni troppo elevate sugli acquisti effettuati tramite App Store. Il danno riconosciuto ai consumatori e alle aziende britanniche è stato quantificato in circa 1,5 miliardi di sterline, relativi a un decennio di acquisti. È stata la prima causa avviata con il regime britannico delle azioni collettive a concludersi con una vittoria piena per i ricorrenti dopo un processo.
Apple ha tentato di appellarsi: la stessa Competition Appeal Tribunal ha negato il permesso di appello il 13 novembre 2025, dopo che Apple lo aveva richiesto il giorno 11. L’azienda si è quindi rivolta direttamente alla Court of Appeal il 5 dicembre 2025, che con un’ordinanza del 23 marzo 2026 ha disposto un’udienza combinata per decidere contemporaneamente se concedere il permesso di appello e, in caso positivo, l’esito dell’appello stesso. Anche questo procedimento resta pendente. Per gli osservatori legali che seguono entrambi i casi, la vittoria di Kent contro Apple rappresenta un precedente diretto per il caso Neill contro Sony: stessa tribunale, stessa cornice normativa, stessa accusa di commissioni al 30% imposte attraverso un negozio digitale obbligato.
Non solo Londra: la causa olandese da oltre 400 milioni di euro
Il fronte legale contro il PlayStation Store non si limita al Regno Unito. Nei Paesi Bassi, la fondazione Stichting Massaschade & Consument ha ottenuto dal tribunale l’autorizzazione a rappresentare i consumatori olandesi in un procedimento avviato secondo la legge WAMCA, il meccanismo processuale olandese per le azioni collettive risarcitorie. Il caso è tornato in aula il 29 giugno 2026 davanti al Tribunale di Midden-Nederland.
La fondazione sostiene che circa 1,7 milioni di possessori olandesi di PlayStation 4 e PlayStation 5 abbiano pagato in media il 47% in più per i giochi acquistati in versione digitale rispetto alla stessa copia fisica, nonostante i costi di distribuzione digitale siano teoricamente inferiori. Il danno complessivo stimato per i consumatori olandesi, riferito agli acquisti effettuati dal 29 novembre 2013 in avanti, supera i 400 milioni di euro. Gli osservatori legali definiscono questa autorizzazione un passaggio procedurale significativo: è la prima volta che un tribunale europeo autorizza formalmente un ente di tutela dei consumatori a perseguire questa specifica categoria di reclamo contro il PlayStation Store, un precedente che potrebbe aprire la strada a cause simili in altri Stati membri dell’Unione Europea.
Il fronte americano: un accordo minuscolo da 7,85 milioni di dollari
Negli Stati Uniti, Sony si è già mossa per chiudere un contenzioso separato ma collegato. Nella causa Caccuri contro Sony Interactive Entertainment, depositata nel maggio 2021 presso la Corte Distrettuale del Northern District of California, i ricorrenti accusavano Sony di aver violato lo Sherman Antitrust Act e il Clayton Act quando, a partire dal 1° aprile 2019, aveva smesso di consentire a rivenditori terzi come Amazon, Best Buy e GameStop di vendere codici di download scontati per i giochi PlayStation, obbligando di fatto i consumatori ad acquistare esclusivamente tramite il PlayStation Store a prezzo pieno.
Una prima proposta di accordo è stata respinta dal giudice nel luglio 2025; una versione rivista, da 7,85 milioni di dollari, è stata approvata nell’aprile 2026. L’accordo copre circa 4,4 milioni di proprietari statunitensi di PlayStation per il periodo tra il 1° aprile 2019 e il 31 dicembre 2023, con la restituzione tramite crediti sul portafoglio PlayStation Network distribuiti automaticamente dopo l’approvazione definitiva, prevista per il 15 ottobre 2026 (scadenza per l’opt-out: 2 luglio 2026). Al netto delle spese legali e amministrative, fino al 25% del totale, la somma residua distribuita tra milioni di persone equivale a pochi dollari a testa: un contrasto netto rispetto alla scala delle richieste britanniche e olandesi.
Le cause a confronto: una mappa delle azioni legali contro le piattaforme di gioco
Messe una accanto all’altra, le cinque cause più rilevanti aperte contro le grandi piattaforme digitali del gaming e del mobile mostrano un fronte legale ormai coordinato su più continenti, con un’unica accusa di fondo: commissioni troppo alte imposte attraverso negozi digitali senza reali alternative per gli utenti.
| Caso | Piattaforma | Giurisdizione | Importo richiesto | Utenti coinvolti | Stato (luglio 2026) |
|---|---|---|---|---|---|
| Alex Neill v Sony | PlayStation Store | Regno Unito (CAT) | ~2 miliardi £ | 12,2 milioni | Sentenza pendente |
| Stichting Massaschade v Sony | PlayStation Store | Paesi Bassi | >400 milioni € | 1,7 milioni | Udienza tenuta (29/6/2026) |
| Caccuri v Sony | PlayStation Network | Stati Uniti (N.D. Cal.) | 7,85 milioni $ | 4,4 milioni | Accordo approvato |
| Dr Rachael Kent v Apple | App Store | Regno Unito (CAT) | ~1,5 miliardi £ | 36 milioni | Vinta, in appello |
| Epic Games v Google | Google Play Store | Stati Uniti | 700 milioni $ (accordo Stati) | Class-wide | Verdetto favorevole a Epic (2023) |
Lo schema che emerge è chiaro: gli stessi studi legali e fondi di litigation funding stanno replicando in più paesi la medesima strategia processuale già utilizzata con successo contro Apple e Google, applicandola ora alle console da gioco. Anche Valve si trova ad affrontare un percorso simile per le commissioni applicate su Steam, segno che l’intero modello di distribuzione digitale al 30% è ormai sotto esame su scala globale.
La guerra delle commissioni: PlayStation Store, Steam ed Epic Games Store a confronto
Al cuore di ogni singola causa citata sopra c’è la stessa cifra: 30%. È la commissione standard che le principali piattaforme digitali, non solo quelle di gioco, trattengono su ogni vendita di contenuti digitali. Negli ultimi anni, però, alcuni concorrenti hanno scelto di competere proprio riducendo questa percentuale, con conseguenze dirette sul dibattito legale in corso.
| Negozio digitale | Commissione standard | Note |
|---|---|---|
| PlayStation Store | 30% | Nessuna alternativa consentita su console |
| Apple App Store | 30% | Condannata nel Regno Unito (ottobre 2025) |
| Google Play Store | 30% (storico) | Pagamenti alternativi ammessi dopo il verdetto Epic (2023): commissioni di elaborazione dal 2,5% al 5% |
| Valve Steam | 30% | Sotto causa antitrust negli Stati Uniti |
| Epic Games Store | 12% | Commissione ridotta usata come leva competitiva |
Il confronto aiuta a capire perché le cause contro Sony e Apple si concentrano proprio sul concetto di “ecosistema chiuso”: su PC un utente scontento delle commissioni di Steam può in teoria rivolgersi a Epic Games Store o GOG, che applicano commissioni molto più basse. Su PlayStation, invece, non esiste alcuna alternativa al negozio ufficiale: è esattamente questa assenza di scelta a essere al centro delle accuse di abuso di posizione dominante.
Cosa rischia concretamente Sony se perde in tribunale
Oltre all’esborso finanziario diretto, che nello scenario peggiore per Sony potrebbe avvicinarsi ai 2 miliardi di sterline nel solo Regno Unito, una sconfitta aprirebbe la strada a rimedi strutturali. Il precedente più rilevante è quello di Epic contro Google: dopo il verdetto della giuria del dicembre 2023, Google è stata costretta a permettere agli sviluppatori Android di utilizzare sistemi di pagamento alternativi al proprio, con commissioni di elaborazione comprese tra il 2,5% e il 5%, molto inferiori al 30% originario. Se un tribunale imponesse un rimedio simile a Sony, il PlayStation Store dovrebbe aprirsi a metodi di pagamento o addirittura a canali di distribuzione alternativi, un cambiamento che ridefinirebbe l’intero modello di business delle console.
L’impatto su sviluppatori e publisher
Per gli sviluppatori terzi, una riduzione forzata delle commissioni PlayStation si tradurrebbe in margini più ampi sulle vendite digitali, che oggi rappresentano la stragrande maggioranza dei ricavi dei giochi venduti su console. Per Sony, al contrario, significherebbe dover trovare fonti di ricavo alternative per compensare un segmento che, secondo quanto sostenuto dalla stessa azienda in tribunale, sussidia i margini ridotti sulla vendita dell’hardware.
Perché la vicenda riguarda anche l’Italia e l’Europa
Nessuna delle cause descritte finora è stata avviata in Italia, ma le implicazioni per i milioni di utenti PlayStation italiani ed europei sono dirette. Il caso olandese dimostra che il meccanismo può essere replicato altrove nell’Unione Europea: l’autorizzazione concessa a Stichting Massaschade & Consument dal tribunale di Midden-Nederland è già stata definita dagli osservatori legali un possibile modello procedurale per altre associazioni di consumatori europee interessate a promuovere azioni simili nei rispettivi paesi.
C’è poi la questione regolatoria più ampia. Il Digital Markets Act europeo, entrato pienamente in vigore per i “gatekeeper” designati dalla Commissione, oggi non include il PlayStation Store tra i servizi di piattaforma di base sottoposti a obblighi specifici di apertura. Un esito sfavorevole per Sony nel Regno Unito, unito alla causa olandese ancora aperta, potrebbe però alimentare la discussione a Bruxelles su un possibile ampliamento del perimetro della normativa alle piattaforme di distribuzione digitale dei videogiochi, sul modello di quanto già avvenuto per gli app store mobile.
Cronologia completa: quattro anni di battaglie legali
- Maggio 2021: negli Stati Uniti viene depositata la causa Caccuri contro Sony sui codici di download PlayStation Network.
- Agosto 2022: Alex Neill deposita la causa contro Sony presso la Competition Appeal Tribunal britannica.
- Giugno 2023: udienza di certificazione del procedimento collettivo nel Regno Unito.
- Novembre 2023: la CAT certifica la classe di consumatori nel caso Sony; Woodsford ottiene il via libera a finanziare la causa da 5 miliardi di sterline (importo massimo teorico iniziale).
- Gennaio 2024: viene formalmente concesso il Collective Proceedings Order nel caso Neill v Sony.
- Dicembre 2024: la CAT emette la sua prima sentenza definitiva su un’azione collettiva opt-out nel caso Le Patourel contro BT, riconoscendo prezzi eccessivi ma respingendo il reclamo perché non ritenuti “ingiusti”.
- Giugno 2025: la Court of Appeal conferma la validità dell’accordo di finanziamento ristrutturato tra Woodsford e i ricorrenti nel caso Sony, dopo la sentenza PACCAR.
- Luglio 2025: un giudice statunitense respinge la prima proposta di accordo nel caso Caccuri v Sony.
- Ottobre 2025: la CAT condanna Apple nel caso Kent, riconoscendo danni per circa 1,5 miliardi di sterline.
- Febbraio 2026: udienza di pre-trial review nel caso Neill v Sony; si chiude anche il periodo di copertura della classe, ormai salita a 12,2 milioni di persone.
- Marzo 2026: inizia il processo Neill v Sony a Londra; scade il termine per l’opt-out dei consumatori britannici.
- Aprile 2026: viene approvata la versione rivista dell’accordo da 7,85 milioni di dollari nel caso Caccuri v Sony.
- Maggio 2026: si conclude il processo Neill v Sony dopo circa dieci settimane di udienze.
- Giugno 2026: il caso olandese contro Sony torna in aula al Tribunale di Midden-Nederland.
- Luglio 2026: la sentenza del caso britannico resta pendente.
Previsioni: cosa aspettarsi nei prossimi mesi
Sulla base del precedente Apple e del calendario dei procedimenti in corso, è possibile delineare alcuni scenari plausibili per i prossimi mesi, da intendere come analisi e non come previsioni certe.
- Una sentenza della Competition Appeal Tribunal nel caso Neill v Sony è plausibile entro la fine del 2026 o nei primi mesi del 2027, seguendo tempistiche simili a quelle osservate nel caso Kent v Apple.
- Se il tribunale seguisse la stessa impostazione adottata contro Apple, è probabile che riconosca un abuso di posizione dominante, ma non è scontato che liquidi l’intero importo massimo richiesto: nel caso Kent, il danno riconosciuto (1,5 miliardi di sterline) è stato comunque inferiore alle stime iniziali più ampie circolate al momento della certificazione.
- Anche in caso di sconfitta, Sony ricorrerà quasi certamente in appello, seguendo lo stesso percorso intrapreso da Apple, allungando l’incertezza sul caso di almeno un altro anno.
- Il procedimento olandese potrebbe fare da apripista per nuove azioni legali in altri paesi dell’Unione Europea, con l’Italia tra i mercati PlayStation più rilevanti del continente e quindi potenzialmente esposta in futuro a iniziative simili da parte di associazioni di consumatori locali.
- Indipendentemente dall’esito giudiziario, la pressione competitiva e regolatoria potrebbe spingere Sony ad anticipare modifiche al PlayStation Store, ad esempio ampliando le opzioni di pagamento o rivedendo le condizioni contrattuali con gli sviluppatori terzi, sul modello di quanto già fatto da Google dopo la sconfitta contro Epic.
Il possibile effetto sul Digital Markets Act europeo
Alcuni osservatori legali si interrogano se, in uno scenario di sconfitta ripetuta di Sony e Apple davanti ai tribunali civili, la Commissione Europea possa essere sollecitata a valutare l’inclusione dei negozi digitali delle console tra i servizi soggetti a obblighi di interoperabilità previsti dal Digital Markets Act. Si tratta al momento di un’ipotesi discussa da giuristi e non di un procedimento formalmente avviato dalle istituzioni europee.
Domande frequenti sulla causa PlayStation Store
Cos’è la causa Alex Neill contro Sony?
È una class action “opt-out” avviata nel Regno Unito nel 2022 davanti alla Competition Appeal Tribunal, che accusa Sony di aver applicato commissioni eccessive sul PlayStation Store abusando della propria posizione dominante. Il processo si è concluso l’8 maggio 2026 e la sentenza è ancora pendente.
Quanto rischia di dover pagare Sony?
La richiesta di risarcimento quantificata al processo si aggira intorno ai 2 miliardi di sterline, comprensivi di interessi, sebbene la classe fosse stata originariamente certificata per un importo massimo teorico fino a 5 miliardi di sterline.
Quanti utenti sono coinvolti nella causa britannica?
Circa 12,2 milioni di residenti nel Regno Unito che hanno acquistato giochi o contenuti digitali sul PlayStation Store tra il 19 agosto 2016 e il 12 febbraio 2026 rientrano automaticamente nella classe, salvo essersi opposti entro il 9 marzo 2026.
Esistono cause simili contro Sony anche in Europa continentale?
Sì. Nei Paesi Bassi, la fondazione Stichting Massaschade & Consument rappresenta circa 1,7 milioni di consumatori in un procedimento da oltre 400 milioni di euro, tornato in aula il 29 giugno 2026.
Cosa ha deciso il tribunale nel caso simile contro Apple?
Nell’ottobre 2025 la Competition Appeal Tribunal ha condannato Apple a risarcire circa 1,5 miliardi di sterline per pratiche quasi identiche sull’App Store, in quella che è considerata la prima vittoria piena in un’azione collettiva opt-out britannica. Apple ha presentato ricorso, ancora pendente a metà 2026.
Il PlayStation Store applica davvero una commissione del 30%?
Non è la cifra esatta indicata negli atti del ricorso, ma è la percentuale ampiamente riportata da sviluppatori e osservatori di settore come commissione standard sulle transazioni digitali PlayStation, in linea con quella storicamente applicata da Apple, Google e Valve.
Cosa succede se Sony perde definitivamente?
Oltre al risarcimento economico, una sentenza sfavorevole potrebbe costringere Sony a modificare il funzionamento del PlayStation Store, ad esempio ammettendo metodi di pagamento alternativi, seguendo il precedente imposto a Google dopo la causa con Epic Games.
Quando sono attese le prossime decisioni sul caso?
La sentenza britannica è attesa nei prossimi mesi, verosimilmente non prima della fine del 2026. Il procedimento olandese proseguirà nel frattempo con nuove udienze presso il Tribunale di Midden-Nederland.
Approfondimenti correlati
- Steam a Processo: 32.000 Sviluppatori, 3,1 Mld $ [2026]
- PS Plus Rincara a 9,99€: Sony non Esclude un Bis [2026]
- Epic Games Store vs Steam vs GOG: 12% vs 30% [2026]
- PEGI 16 per le Loot Box: AGCM Indaga Activision [2026]
- PS5 Pro vs Xbox Series X: 899€ vs 599€, +39% Potenza [2026]
- PlayStation 6: Costi a 960$, si Rischia il Rinvio [2026]
Fonti: Competition Appeal Tribunal, LegalClarity, Hausfeld, Telecompaper, The Next Web e Woodsford.




