Il 29 giugno 2026 un tribunale dei Paesi Bassi ha ascoltato le prime argomentazioni in un’udienza che, sulla carta, riguardava solo una questione procedurale: la giurisdizione. Nella sostanza, quella mattina alla District Court di Midden-Nederland si è aperto un fronte legale che punta dritto al cuore del modello di business PlayStation. La fondazione olandese Stichting Massaschade & Consument (SM&C) chiede a Sony oltre 400 milioni di euro per conto di circa 1,7 milioni di utenti PlayStation nei Paesi Bassi, sostenendo che la commissione del 30% applicata sul PlayStation Store abbia gonfiato per anni il prezzo di giochi digitali e contenuti aggiuntivi. È la seconda causa collettiva europea contro il negozio digitale di Sony in meno di quattro mesi, dopo quella causa britannica da quasi 2 miliardi di sterline, e arriva mentre l’azienda giapponese affronta un’estate difficile fatta di rincari, un boicottaggio dei giocatori e l’annuncio dell’addio ai dischi fisici dal 2028.

La causa collettiva contro Sony arriva in tribunale nei Paesi Bassi

La causa olandese non nasce dal nulla. SM&C aveva depositato il ricorso già nel febbraio 2025, ma è stata la validazione del tribunale, arrivata il 25 giugno 2026, ad aprire davvero il fascicolo. Il giudice ha riconosciuto alla fondazione il diritto di rappresentare l’intero gruppo di consumatori olandesi che hanno acquistato giochi o contenuti digitali sul PlayStation Store, un passaggio obbligato secondo la legge WAMCA che regola le azioni collettive nei Paesi Bassi dal 2020. L’udienza del 29 giugno ha riguardato esclusivamente la competenza territoriale e la legittimità della fondazione ad agire in giudizio, non il merito delle accuse. A fine agosto 2026 quella decisione non era ancora arrivata: il caso resta bloccato nella prima fase del procedimento, con Sony che nel frattempo respinge ogni addebito senza ammettere responsabilità.

Il calcolo dei danni copre un arco temporale enorme: dal 29 novembre 2013, giorno del lancio di PlayStation 4 nei Paesi Bassi, fino a oggi. Sono quindi tredici anni di acquisti digitali potenzialmente coinvolti, un dettaglio che spiega perché la cifra richiesta superi i 400 milioni di euro pur riguardando un mercato di dimensioni relativamente contenute come quello olandese.

Chi è Stichting Massaschade & Consument

SM&C è una fondazione olandese specializzata in azioni di danno collettivo, la stessa tipologia di organizzazione che negli ultimi anni ha portato in tribunale altri grandi nomi tecnologici nei Paesi Bassi. La campagna contro Sony è stata battezzata “Sony Fair PlayStation” e si basa su tre pilastri: la commissione del 30% sulle vendite digitali, ribattezzata informalmente “Sony tax” da diversi osservatori, l’ecosistema chiuso che obbliga i possessori di PlayStation ad acquistare esclusivamente dallo store ufficiale, e le restrizioni imposte a sviluppatori ed editori che vorrebbero vendere gli stessi titoli su canali alternativi.

Secondo la ricostruzione della fondazione, riportata anche da Milberg, uno degli studi legali coinvolti nella causa, Sony avrebbe sfruttato la propria posizione dominante nel mercato console per almeno un decennio, impedendo di fatto qualsiasi concorrenza di prezzo sui contenuti digitali PlayStation. Non è un’accusa isolata: si inserisce in quella che diversi analisti definiscono una campagna legale su più fronti, con procedimenti paralleli avviati in giurisdizioni diverse contro lo stesso modello di distribuzione digitale.

Le accuse: commissione del 30% e un ecosistema che non lascia scelta

Il cuore giuridico della causa è relativamente semplice da riassumere, anche se le sue implicazioni non lo sono affatto. Chi possiede una PlayStation 4 o una PlayStation 5 può acquistare giochi digitali, DLC e abbonamenti solo attraverso il PlayStation Store. Su ogni transazione di terze parti, Sony trattiene il 30% come commissione. SM&C sostiene che questa combinazione, nessun canale alternativo più una commissione fissa, elimini qualunque incentivo a competere sul prezzo e scarichi il costo sul consumatore finale.

Il perimetro temporale: dal 2013 a oggi

La scelta di far partire il conteggio dei danni dal lancio di PS4 non è casuale. È da quel momento che il PlayStation Store è diventato il canale dominante per l’acquisto di contenuti PlayStation, superando progressivamente le vendite fisiche. Con l’annuncio di Sony dello scorso luglio, che prevede la fine della produzione di dischi per i nuovi giochi PlayStation da gennaio 2028, quella finestra temporale assume un peso ulteriore: la fondazione olandese sostiene che proprio la scomparsa dell’ultima alternativa concreta al negozio digitale renda ancora più urgente un intervento giudiziario.

Come funziona una class action WAMCA nei Paesi Bassi

Per chi segue la vicenda dall’Italia, il meccanismo WAMCA merita una spiegazione perché è diverso sia dalla nostra azione di classe sia dal sistema britannico. Introdotta nel 2020, la legge olandese sulla liquidazione dei danni di massa in azioni collettive permette a una fondazione riconosciuta di agire per conto di un intero gruppo di consumatori senza che ciascuno debba aderire singolarmente alla causa, un meccanismo simile all’opt-out.

Prima fase: giurisdizione e legittimazione

Prima che un giudice olandese possa entrare nel merito delle accuse, deve stabilire due cose: se il tribunale ha competenza sul caso e se la fondazione che ha presentato il ricorso soddisfa i requisiti di rappresentatività previsti dalla legge. È esattamente la fase in cui si trova oggi la causa contro Sony. Solo dopo un’eventuale decisione favorevole si passerebbe alla fase di merito, con perizie economiche, raccolta di prove e, potenzialmente, un accordo transattivo o una sentenza. Nei Paesi Bassi questo tipo di procedimento richiede in media diversi anni prima di arrivare a una conclusione definitiva, e non esiste ancora una data fissata per la prossima udienza.

Il precedente britannico: la causa da quasi 2 miliardi di sterline

La causa olandese non è isolata. Nel Regno Unito, la consumer campaigner Alex Neill ha portato Sony davanti al Competition Appeal Tribunal per conto di circa 12,2 milioni di utenti PlayStation britannici, chiedendo quasi 2 miliardi di sterline (circa 2,7 miliardi di dollari) di risarcimento. Anche in questo caso l’accusa centrale è la stessa: una posizione quasi monopolistica sulla distribuzione digitale, unita a una commissione del 30% imposta agli editori, che secondo i ricorrenti si traduce in prezzi più alti per i giocatori. Il periodo coperto va dal 19 agosto 2016 al 12 febbraio 2026, con un risarcimento stimato attorno alle 162 sterline per consumatore, come riportato da BBC.

Il tribunale britannico ha iniziato ad ascoltare le argomentazioni il 10 marzo 2026, con un’udienza che secondo le stime durerà circa dieci settimane. A differenza del caso olandese, quello britannico è strutturato come azione opt-out collettiva sotto la giurisdizione del CAT, un organismo specializzato in diritto della concorrenza che negli ultimi anni ha già gestito altri casi di grande rilievo contro colossi tecnologici, come riportato da France 24.

Due cause, due paesi: come si confrontano

Guardare le due vicende una accanto all’altra aiuta a capire perché gli analisti parlano ormai di una campagna legale su più fronti contro il modello di distribuzione di Sony in Europa.

CaratteristicaPaesi Bassi (SM&C)Regno Unito (Alex Neill)
Quadro giuridicoWAMCA, azione collettiva civileCompetition Appeal Tribunal, opt-out
Utenti rappresentaticirca 1,7 milionicirca 12,2 milioni
Danni richiestioltre 400 milioni di euroquasi 2 miliardi di sterline
Periodo copertodal 29 novembre 2013 a oggidal 19 agosto 2016 al 12 febbraio 2026
Prima udienza29 giugno 2026 (giurisdizione)10 marzo 2026 (merito)
Stato a settembre 2026decisione su giurisdizione pendenteudienza in corso, decisione attesa
Risarcimento stimato per utentenon ancora quantificatocirca 162 sterline

La differenza più importante non è tanto la cifra quanto il meccanismo giudiziario. Il caso britannico è già entrato nel merito e potrebbe produrre una sentenza entro la fine del 2026 o nei primi mesi del 2027. Quello olandese, più giovane, deve ancora superare lo scoglio procedurale della giurisdizione prima di poter discutere se Sony abbia effettivamente violato le regole della concorrenza.

Le commissioni dei negozi digitali a confronto

Il numero attorno a cui ruota l’intera vicenda, quel 30%, non è un’invenzione degli avvocati di SM&C. È lo standard storico dell’industria per la distribuzione digitale su console e, fino a pochi anni fa, anche su PC. Quello che è cambiato dal 2019 in poi è la concorrenza: alcuni store hanno abbassato drasticamente le commissioni per attrarre sviluppatori, mentre le piattaforme console, PlayStation Store e Xbox Store in testa, hanno mantenuto la percentuale storica.

PiattaformaCommissione standardNote
PlayStation Store30%Nessun canale alternativo per l’acquisto digitale su console
Xbox Store30%Stesso modello standard delle console rivali
Steam (Valve)30% (25% oltre 10M$, 20% oltre 50M$)Commissione decrescente in base ai ricavi del singolo titolo
Epic Games Store12%Tariffa ridotta fin dal lancio della piattaforma nel 2018

Questo confronto è esattamente l’argomento che SM&C e i legali britannici usano in aula: se un negozio digitale come Epic Games Store può sostenersi con una commissione del 12%, un 30% fisso su una piattaforma senza alternative diventa più difficile da giustificare come semplice prassi di mercato. Non è un caso che nel confronto tra Epic Games Store, Steam e GOG la differenza tra le commissioni resti uno dei punti più discussi dagli sviluppatori indipendenti europei.

Da Epic contro Apple al Digital Markets Act: il contesto storico

Chi segue da tempo le battaglie legali sulle commissioni digitali riconoscerà lo schema. Nel 2021 Epic Games aveva trascinato Apple in tribunale negli Stati Uniti con argomenti quasi identici: commissione del 30%, ecosistema chiuso, nessuna possibilità per gli sviluppatori di indirizzare gli utenti verso metodi di pagamento alternativi. La sentenza americana non riconobbe una violazione generale delle norme antitrust, ma costrinse comunque Apple ad allentare le restrizioni sui link di pagamento esterni all’interno delle app, un risultato parziale che ha comunque cambiato le regole del gioco per milioni di sviluppatori.

In Europa il quadro normativo è diverso e, secondo molti osservatori, potenzialmente più severo. Il Digital Markets Act è stato costruito proprio per colpire i grandi “gatekeeper” digitali, imponendo interoperabilità e vietando pratiche che blocchino gli utenti dentro un unico ecosistema. Finora la designazione di gatekeeper si è concentrata sugli store per smartphone, come dimostra la revisione delle commissioni dell’Apple App Store in Europa imposta proprio dal DMA. Le cause olandese e britannica contro Sony sono le prime a chiedere, di fatto, che lo stesso principio venga applicato anche ai negozi digitali delle console.

Cosa rischia Sony sul mercato italiano ed europeo

Per i giocatori italiani, il caso olandese non è solo cronaca estera. Se il tribunale di Midden-Nederland dovesse riconoscere la giurisdizione e, più avanti, dare ragione a SM&C nel merito, la sentenza creerebbe un precedente che altre fondazioni consumeristiche europee, comprese quelle italiane, potrebbero citare per avviare azioni simili. Il meccanismo WAMCA è pensato apposta per avere un peso che va oltre i confini olandesi: le sentenze delle corti dei Paesi Bassi vengono spesso usate come riferimento in altri procedimenti europei di diritto della concorrenza, proprio perché Amsterdam è diventata negli ultimi anni una delle sedi preferite per le grandi cause collettive contro le big tech.

C’è poi un effetto più immediato e meno legale: la pressione reputazionale. Un’azienda che affronta contemporaneamente due cause multimilionarie in Europa, mentre il mercato videoludico attraversa una fase di rincari generalizzati, fatica a giustificare nuovi aumenti di prezzo senza alimentare ulteriori polemiche. Il rincaro di PlayStation Plus arrivato nei mesi scorsi ne è un esempio, ed è uno dei fattori che gli osservatori citano tra le cause della crescente insofferenza dei giocatori europei verso le politiche commerciali di Sony.

Il momento peggiore: dischi fisici, rincari e boicottaggio

Difficile trovare un momento più scomodo per Sony per affrontare due cause sulla propria commissione digitale. Il primo luglio 2026 l’azienda ha annunciato che i nuovi giochi PlayStation smetteranno di uscire su disco a partire da gennaio 2028, lasciando come uniche opzioni l’acquisto digitale o una confezione con codice di attivazione venduta dai rivenditori fisici. L’annuncio, arrivato senza dati precisi a sostegno della scelta, ha scatenato una reazione durissima da parte della community.

Tra il 23 e il 30 agosto 2026 centinaia di migliaia di giocatori in Europa hanno partecipato a #PSBlackout, un boicottaggio economico organizzato spontaneamente dai giocatori: niente accessi a PlayStation Network, niente acquisti sul PlayStation Store, niente rinnovi di PS Plus per una settimana intera. Dietro la protesta non c’era solo la questione dei dischi, ma un elenco più lungo di lamentele, tra cui proprio la causa da 400 milioni di euro in Olanda e una petizione che nel frattempo ha superato le 330.000 firme. Per Sony, la coincidenza temporale tra la crisi reputazionale e l’apertura del fascicolo giudiziario olandese è quanto di più difficile da gestire in termini di comunicazione.

La posizione di Sony e lo stato attuale del procedimento

Sony non ha ammesso alcuna violazione né nel caso olandese né in quello britannico e continua a respingere le accuse di posizione dominante abusiva. Nessun tribunale, va ricordato, ha finora stabilito che l’azienda abbia commesso irregolarità: sia nei Paesi Bassi sia nel Regno Unito la fase attuale riguarda questioni procedurali o l’esame iniziale delle prove, non una condanna. È un dettaglio che conviene tenere a mente di fronte ai titoli allarmistici che circolano online: la strada che porta a un eventuale risarcimento, se mai arriverà, resta lunga e passa attraverso più gradi di giudizio.

Quello che è certo è che Sony si trova ora a gestire in parallelo due procedimenti che condividono lo stesso impianto accusatorio in due giurisdizioni diverse, con standard probatori e tempistiche differenti. Una sconfitta in una sola delle due cause, anche parziale, rafforzerebbe inevitabilmente la posizione dei ricorrenti nell’altra.

Perché Xbox e Nintendo non sono, per ora, nel mirino

Un dettaglio che sorprende chi segue la vicenda dall’esterno: né Microsoft né Nintendo affrontano oggi in Europa cause collettive paragonabili su Xbox Store o Nintendo eShop, pur applicando entrambe commissioni sostanzialmente identiche a quella di Sony sui contenuti digitali. Una spiegazione plausibile è che Xbox abbia già attraversato un lungo periodo di scrutinio normativo europeo in occasione dell’acquisizione di Activision Blizzard, quando la Commissione europea ha imposto a Microsoft impegni decennali sul cloud gaming per ottenere il via libera all’operazione. Quella vicenda ha in parte spostato l’attenzione dei regolatori sul fronte del cloud streaming piuttosto che sulle commissioni dello store.

Nel caso di Nintendo, la quota di mercato relativamente più piccola nel segmento console tradizionali e un catalogo digitale con una componente di terze parti meno centrale rispetto a PlayStation e Xbox potrebbero aver reso il bersaglio meno attraente per le fondazioni consumeristiche, che tendono a concentrare le risorse legali sulle piattaforme con il numero più alto di utenti potenzialmente danneggiati.

Previsioni: cosa aspettarsi nei prossimi mesi

  • La decisione sulla giurisdizione nel caso olandese difficilmente arriverà prima della fine del 2026, considerando i tempi tipici dei procedimenti WAMCA nei Paesi Bassi.
  • Il caso britannico, già in fase di merito dal marzo 2026, potrebbe produrre i primi sviluppi sostanziali entro la primavera 2027, anche se una sentenza definitiva richiederà probabilmente più tempo.
  • È realistico attendersi che altre fondazioni consumeristiche europee, in Francia, Germania o Spagna, valutino di avviare procedimenti simili se il tribunale olandese dovesse riconoscere la propria giurisdizione.
  • Sony difficilmente modificherà la struttura commissionale del PlayStation Store prima che uno dei due procedimenti raggiunga una fase decisiva, per non fornire argomenti aggiuntivi ai ricorrenti.
  • Un accordo transattivo extragiudiziale resta un’ipotesi concreta in almeno uno dei due paesi, sul modello di quanto già accaduto in altre cause europee contro grandi piattaforme tecnologiche, per evitare i costi e i rischi reputazionali di una sentenza sfavorevole.

Per il mercato italiano, l’elemento da tenere sotto osservazione nei prossimi mesi è soprattutto la sorte del ricorso olandese sulla giurisdizione: una decisione favorevole a SM&C aprirebbe la strada a un effetto domino che, con tempi diversi da paese a paese, potrebbe alla lunga toccare anche i consumatori italiani, sia direttamente sia attraverso pressioni sui prezzi praticati da Sony in tutta l’area euro. Per il quadro completo sulle altre vicende che agitano il mondo del gaming in questi mesi, dai rincari hardware alle proteste dei giocatori, restano utili di riferimento le altre inchieste pubblicate sul tema PlayStation.

Domande frequenti

Chi ha fatto causa a Sony nei Paesi Bassi?

La fondazione olandese Stichting Massaschade & Consument (SM&C), che rappresenta circa 1,7 milioni di utenti PlayStation nei Paesi Bassi in un’azione collettiva depositata nel febbraio 2025 e validata dal tribunale il 25 giugno 2026.

Quanti soldi chiede la causa olandese a Sony?

Oltre 400 milioni di euro, circa 457 milioni di dollari al cambio attuale, calcolati su acquisti digitali effettuati dal 29 novembre 2013 a oggi.

La causa olandese è la stessa di quella nel Regno Unito?

No, sono due procedimenti distinti in due giurisdizioni diverse. Condividono le stesse accuse di fondo, la commissione del 30% e l’ecosistema chiuso del PlayStation Store, ma seguono quadri giuridici diversi: WAMCA nei Paesi Bassi, Competition Appeal Tribunal nel Regno Unito.

Sony ha già perso la causa?

No. A fine agosto 2026 nessun tribunale aveva ancora deciso nel merito. Il caso olandese è fermo alla fase di giurisdizione, quello britannico è in corso di trattazione. Sony respinge le accuse e non ha ammesso alcuna violazione.

Come si confronta la commissione di Sony con quella di altri store digitali?

PlayStation Store e Xbox Store applicano entrambi una commissione standard del 30%, identica a quella storica di Steam per la maggior parte dei titoli. Epic Games Store si distingue con una commissione ridotta al 12% fin dal lancio nel 2018.

Cosa succede se un utente italiano ha acquistato giochi sul PlayStation Store?

Al momento nessuna azione collettiva equivalente è attiva in Italia. Le cause olandese e britannica riguardano rispettivamente i consumatori nei Paesi Bassi e nel Regno Unito. Un’eventuale sentenza favorevole ai ricorrenti potrebbe però incoraggiare associazioni di consumatori italiane a valutare iniziative simili.

Perché Microsoft e Nintendo non affrontano cause simili in Europa?

Non risultano al momento azioni collettive europee paragonabili contro Xbox Store o Nintendo eShop. Microsoft ha già affrontato un lungo esame della Commissione europea legato all’acquisizione di Activision Blizzard, concluso con impegni decennali sul cloud gaming, mentre Nintendo ha una quota di mercato e un catalogo digitale di terze parti meno centrali rispetto a PlayStation.

Quando si saprà come finirà la causa olandese?

Non esiste ancora una data ufficiale. La decisione sulla giurisdizione, primo passaggio obbligato secondo la procedura WAMCA, è attesa non prima della fine del 2026, con un’eventuale fase di merito che si protrarrebbe per almeno un altro anno.