Il 5 febbraio 2026 il presidente francese Emmanuel Macron aveva scosso l’industria videoludica paventando un possibile divieto dei videogiochi violenti per i minori di 15 anni, promettendo conclusioni scientifiche entro maggio-giugno. A più di cinque mesi da quell’annuncio, il rapporto non è mai stato pubblicato: nessun documento, nessun aggiornamento ufficiale, nessuna nuova scadenza comunicata dal governo francese. Per un mercato che nel solo territorio transalpino vale oltre 5,8 miliardi di euro e coinvolge più di 39 milioni di giocatori, il silenzio pesa quanto l’annuncio iniziale. E mentre Parigi discute – poi tace – l’Italia si trova in una posizione persino più scomoda: un vuoto normativo sulla vendita di videogiochi PEGI 18 ai minori che il Parlamento prova a colmare, senza successo, almeno dal 2015.
Il caso Sanary e l’accusa di Macron ai videogiochi violenti
Tutto nasce da un fatto di cronaca. Il 3 febbraio 2026 un quattordicenne accoltella un’insegnante al Collège La Guicharde di Sanary-sur-Mer, nel Var. Il giovane, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, possedeva armi da taglio e dichiarava di giocare ai videogiochi «1-2 ore al giorno». Due giorni dopo, il 5 febbraio, Macron interviene in un’intervista rilasciata a Brut e collega esplicitamente la violenza giovanile all’esposizione ai videogiochi, affermando che alcuni ragazzi trascorrono «cinque o sei ore al giorno a uccidere gente» – un riferimento che i media francesi hanno letto come rivolto, senza mai nominarlo direttamente, a Fortnite. Il presidente non esclude un divieto per gli under 15, condizionandolo però a un «consenso scientifico» ancora da raggiungere (fonte: Game World Observer).
Dal possibile divieto al dietrofront: nasce la missione scientifica
Le reazioni sono immediate e durissime, tanto che il 7 febbraio Macron corregge il tiro con un lungo messaggio su X: non si tratta di «un divieto dei videogiochi», precisa, ma dell’avvio di uno studio scientifico sull’impatto di videogiochi violenti e intelligenza artificiale sui minori. La missione viene affidata congiuntamente alla ministra della Cultura Rachida Dati e alla ministra delegata all’Intelligenza Artificiale e al Digitale Anne Le Hénanff, con il supporto tecnico del Conseil de l’IA et du numérique e la consulenza di due psichiatri, Raphaël Gaillard e Amine Benyamina. Le conclusioni, promette l’Eliseo, sarebbero arrivate «tra maggio e giugno 2026» – in tempo per un eventuale dibattito parlamentare su nuove restrizioni.
Cinque mesi dopo, il rapporto sui videogiochi violenti non esiste ancora
Ed è qui che la storia, apparentemente chiusa in febbraio, torna d’attualità. La finestra «maggio-giugno 2026» promessa da Macron è scaduta da settimane e, a oggi, non risulta alcun rapporto pubblico, alcun comunicato del ministero della Cultura né alcuna nuova data annunciata da Dati o Le Hénanff. Una verifica incrociata delle fonti ufficiali francesi non restituisce alcun follow-up dopo il lancio della missione. Il silenzio, più che l’annuncio originario, è oggi la vera notizia: o la complessità scientifica del tema – il legame tra videogiochi violenti e aggressività resta tra i più studiati, e i più controversi, della psicologia comportamentale – ha rallentato i lavori, oppure l’esecutivo ha scelto di non riaprire un fronte politicamente scomodo.
| Data | Evento |
|---|---|
| 3 febbraio 2026 | Accoltellamento al Collège La Guicharde di Sanary-sur-Mer; l’aggressore, 14 anni, giocava «1-2 ore al giorno» |
| 5 febbraio 2026 | Macron, in un’intervista a Brut, paventa un divieto dei videogiochi violenti per gli under 15 |
| 7 febbraio 2026 | Il presidente fa marcia indietro su X: «non è un divieto, è una missione scientifica» |
| 23 marzo 2026 | Il direttore generale di PEGI, Dirk Bosmans, avverte: nessuna «soluzione miracolosa» |
| Maggio-giugno 2026 | Scadenza promessa per le conclusioni della missione Dati-Le Hénanff |
| Settembre 2026 | Entrata in vigore del divieto social per gli under 15 (legge separata, già approvata) |
| 20 luglio 2026 | Nessun rapporto pubblicato, nessuna nuova scadenza comunicata |
SELL, SNJV ed Epic Games: l’industria videoludica si ribella
Le associazioni di categoria non hanno atteso il rapporto per far sentire la propria voce. Il SELL (Syndicat des Éditeurs de Logiciels de Loisirs), che rappresenta gli editori francesi, ha sottolineato una contraddizione clamorosa: pochi giorni prima delle dichiarazioni di Macron, la ministra Dati aveva insignito delle Arti e delle Lettere gli oltre 28 componenti del team di Clair Obscur: Expedition 33, il gioco francese eletto Game of the Year 2025. «Non ci si può congratulare per i successi dei videogiochi francesi al mattino, insignirli di onorificenze a mezzogiorno, per poi denigrarli alla sera», ha denunciato il sindacato (fonte: Mediaterranee). Ancora più diretto lo SNJV (Syndicat National du Jeu Vidéo), il sindacato degli sviluppatori: «Il consenso scientifico è oggi estremamente chiaro: nessuna correlazione esiste tra videogiochi e violenza» (fonte: Next.ink). Anche Epic Games, editore di Fortnite – il titolo implicitamente chiamato in causa da Macron – è intervenuta tramite la portavoce Cat McCormack, ricordando che circa 48.000 esperienze dell’ecosistema Fortnite sono classificate PEGI 3 o PEGI 7 e già dotate di controlli parentali nativi.
PEGI avverte: «nessuna soluzione miracolosa» contro la violenza
Anche l’organismo europeo di classificazione dei videogiochi ha preso pubblicamente le distanze dall’ipotesi di un divieto secco. Il direttore generale di PEGI (Pan European Game Information), Dirk Bosmans, ha dichiarato all’agenzia France-Presse che «un divieto non è molto sfumato. Non è molto proporzionato, indipendentemente da cosa lo si applichi», ricordando che lo stesso sistema PEGI nacque nei primi anni 2000 proprio per evitare soluzioni di questo tipo (fonte: France24). Bosmans ha comunque annunciato che da giugno 2026 PEGI adotta uno schema di classificazione più granulare, che tiene conto anche di meccaniche come gli acquisti in-game, gli incentivi a tornare compulsivamente nel gioco e la possibilità per estranei di contattare i minori in chat – una risposta indiretta, ma concreta, alle preoccupazioni sollevate dal caso francese.
JONUM e divieto social: le altre due leggi francesi da non confondere
Attorno alla missione sui videogiochi violenti si sono intrecciati altri due dossier, spesso confusi dalla stampa internazionale ma normativamente distinti da essa e tra loro.
JONUM, l’identità digitale per gli oggetti di gioco monetizzabili
Il 4 febbraio 2026 – la stessa settimana del fatto di Sanary, ma senza alcun collegamento diretto – il governo francese ha pubblicato il decreto n°2026-60, che istituisce il JONUM (jeux à objets numériques monétisables), un quadro sperimentale previsto dagli articoli 40-41 della legge SREN del 2024. Il JONUM impone verifiche d’identità e d’età per i giochi che permettono di scambiare oggetti digitali monetizzabili, escludendo esplicitamente i minori. A differenza della missione sui videogiochi violenti, qui l’iter normativo sta effettivamente procedendo.
Il divieto social per gli under 15, in vigore da settembre 2026
Il Parlamento francese ha inoltre già approvato, il 27 gennaio 2026, una legge che vieta l’accesso ai social network ai minori di 15 anni, con entrata in vigore prevista dal settembre 2026. Alcune piattaforme con forti componenti sociali, come Roblox, potrebbero ricadere per analogia in questa normativa anche se non sono social network in senso stretto – un’area grigia che il governo non ha ancora chiarito.
Non è la prima volta: Macron, i videogiochi e le rivolte del 2023
Il caso Sanary non è il primo episodio in cui Macron punta il dito contro i videogiochi. Già nel luglio 2023, dopo le rivolte scoppiate in decine di città francesi in seguito all’uccisione del diciassettenne Nahel M. da parte della polizia a Nanterre, il presidente aveva collegato i disordini giovanili a un presunto effetto di «intossicazione» da videogiochi e social network, invitando i genitori a tenere i figli a casa. Anche in quel caso gli esperti di psicologia dello sviluppo avevano respinto il nesso causale, sottolineando la natura multifattoriale – sociale, economica, familiare – dei fenomeni di violenza giovanile. Lo schema si ripete: un evento traumatico, una dichiarazione presidenziale che chiama in causa i videogiochi violenti, la contestazione del settore, il progressivo scivolare della vicenda fuori dai radar mediatici.
Il mercato videoludico francese: i numeri in gioco
Al netto della politica, la Francia resta uno dei principali mercati videoludici d’Europa. Secondo il bilancio 2026 del SELL, nel 2025 il settore ha generato 5,856 miliardi di euro (+2,9% sull’anno precedente), con le console che pesano per il 44% del fatturato complessivo. I giocatori attivi superano i 39 milioni, con un’età media di 38 anni – ben lontana dallo stereotipo del “minore vulnerabile” spesso evocato nel dibattito pubblico. Un divieto effettivo per gli under 15, per quanto limitato dal punto di vista del fatturato diretto (la fascia d’età più giovane pesa una minoranza degli acquisti totali), avrebbe comunque un effetto reputazionale e normativo che editori e piattaforme temono possa fare scuola in altri paesi UE, Italia compresa.
Come regolano gli altri paesi: il confronto internazionale sui videogiochi violenti
La Francia non è il primo paese a confrontarsi con la tentazione del divieto secco per i videogiochi violenti. La Germania applica dal 1994 il sistema USK, una classificazione per età legalmente vincolante. Il Belgio ha stabilito nell’aprile 2018 che le loot box configurano una forma di gioco d’azzardo illegale, sebbene l’applicazione pratica sia rimasta limitata. La Corea del Sud aveva introdotto nel 2011 la cosiddetta «shutdown law» (o «legge Cenerentola»), che vietava l’accesso ai giochi online ai minori di 16 anni tra mezzanotte e le sei del mattino: la norma è stata abrogata dal 1° gennaio 2022 dopo un voto parlamentare, anche per la sua scarsa efficacia dimostrata e per l’impatto sull’industria coreana degli esport. L’Australia ha introdotto una classificazione R18+ per i videogiochi nel 2013, dopo quasi vent’anni di campagne. Il pattern che emerge da questi precedenti è chiaro: i divieti totali tendono a essere aggirati o abrogati, mentre i sistemi di classificazione vincolante – come quello tedesco – si sono dimostrati più duraturi nel tempo.
| Paese | Misura | Anno introduzione | Stato attuale |
|---|---|---|---|
| Germania | Classificazione USK vincolante per legge | 1994 | In vigore |
| Belgio | Loot box equiparate al gioco d’azzardo illegale | 2018 | In vigore (enforcement limitato) |
| Corea del Sud | «Shutdown law»: accesso vietato ai minori di 16 anni dalle 00:00 alle 06:00 | 2011 | Abrogata dal 1° gennaio 2022 |
| Australia | Classificazione R18+ per i videogiochi | 2013 | In vigore |
| Francia | Missione scientifica su videogiochi violenti e minori | 2026 | Scaduta senza rapporto |
| Italia | Nessun obbligo legale di far rispettare il PEGI 18 nei punti vendita | Proposta dal 2015 | Mai approvata |
L’Italia ha lo stesso vuoto normativo – e da più tempo
Se in Francia il dibattito è nato da un fatto di cronaca e si è arenato in cinque mesi, in Italia la questione è aperta da oltre un decennio senza alcuna soluzione. Oggi, nel nostro paese, la vendita di un videogioco classificato PEGI 18 a un minore non costituisce reato: i rivenditori non hanno alcun obbligo legale di verificare l’età dell’acquirente, né sono previste sanzioni in caso di vendita a minori. Una proposta di legge – «Norme a tutela dei minori in materia di diffusione e vendita di videogiochi violenti e/o pornografici», presentata per la prima volta dal deputato Antimo Cesaro e sottoscritta da parlamentari di più schieramenti – punterebbe a colmare esattamente questo vuoto, imponendo la separazione fisica dei titoli PEGI 18 nei negozi, il divieto di pubblicità rivolta ai minori e sanzioni amministrative comprese tra 15.000 e 100.000 euro per i trasgressori. Il testo, però, circola nei lavori parlamentari almeno dal 2015 senza mai arrivare all’approvazione definitiva. Un’indagine del Moige (Movimento Italiano Genitori) citata a sostegno della proposta aveva rilevato che il 35,1% degli studenti delle medie e il 43,5% dei liceali giocava abitualmente a titoli inadatti alla propria età, con l’80% degli acquisti avvenuto in negozi fisici e il 41,5% dei minori che dichiarava di non aver notato alcun avviso sull’idoneità del prodotto.
L’AGCM e la sorveglianza UE sulle loot box e sui minori
Il fronte normativo italiano non è del tutto fermo: nella sua Relazione 2025 depositata alla Camera dei Deputati, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha dedicato ampio spazio all’attività di cooperazione europea per la tutela dei consumatori, segnalando un’attenzione crescente verso i meccanismi di monetizzazione dei videogiochi – in particolare le loot box – e verso i cosiddetti «dark pattern», le interfacce progettate per orientare in modo ingannevole le scelte degli utenti più giovani (fonte: JAMMA.it). L’Autorità partecipa alla rete CPC (Consumer Protection Cooperation, regolamento UE 2017/2394), che coordina le autorità nazionali europee su questi temi. Non è un caso isolato: l’AGCM ha già aperto un’istruttoria su Activision Blizzard proprio sul fronte loot box, nell’ambito della più ampia riforma PEGI 16 discussa a livello comunitario (approfondimento: PEGI 16 per le Loot Box: AGCM Indaga Activision).
Il contesto europeo più ampio: dalla PEGI 16 al Digital Fairness Act
La vicenda francese si inserisce in una tendenza più ampia di attivismo normativo europeo verso il settore videoludico. Nel 2026 la Commissione Europea porta avanti la riforma PEGI 16 per le loot box, discussa insieme al più ampio Digital Fairness Act, mentre proprio a giugno l’UE ha imposto a Nintendo l’obbligo di batterie removibili sulla Switch 2 entro il 2027 (approfondimento: Switch 2: Batteria Removibile per Legge UE dal 2027). Anche l’iniziativa dei cittadini «Stop Killing Games», respinta dalla Commissione nonostante 1,3 milioni di firme, testimonia quanto il rapporto tra istituzioni europee e industria videoludica sia diventato più conflittuale (approfondimento: Stop Killing Games: UE Dice No a 1,3M Firme). In questo scenario, la missione francese sui videogiochi violenti – per quanto in stallo – rischia di diventare un modello, o un monito, per altri stati membri.
Impatto sul mercato: cosa rischiano publisher e sviluppatori
L’incertezza normativa, più del divieto in sé, è ciò che preoccupa maggiormente l’industria. Un divieto effettivo per gli under 15 in Francia colpirebbe direttamente una fascia demografica che i publisher considerano strategica per la fidelizzazione a lungo termine dei giocatori, e aprirebbe un precedente che altri governi europei – Italia inclusa, vista la proposta Cesaro mai approvata – potrebbero riprendere. Le software house con sede in Francia, già alle prese con la crisi del settore (si pensi ai tagli occupazionali di Ubisoft, approfonditi nella nostra analisi sulla crisi Ubisoft), difficilmente accoglierebbero con favore un ulteriore fattore di instabilità regolatoria. Allo stesso tempo, l’esperienza sudcoreana suggerisce che i divieti rigidi tendono a spostare, più che ridurre, il tempo di gioco dei minori verso piattaforme meno controllabili – un argomento che SELL e SNJV hanno già utilizzato nella propria contro-narrativa contro un’eventuale messa al bando dei videogiochi violenti.
Previsioni: cosa succederà nei prossimi mesi
Sulla base della cronologia e delle dinamiche politiche osservate finora, alcuni scenari appaiono più probabili di altri:
- È improbabile un divieto totale dei videogiochi violenti in Francia nel breve termine: la contestazione unanime di SELL, SNJV, Epic Games e persino di PEGI rende politicamente costoso un provvedimento drastico.
- È probabile che il rapporto della missione Dati-Le Hénanff venga pubblicato in versione ridimensionata, magari in autunno 2026, con raccomandazioni “soft” – controlli parentali rafforzati, educazione digitale – piuttosto che restrizioni vincolanti.
- Il JONUM e il divieto social per gli under 15 (settembre 2026) diventeranno probabilmente il vero terreno di battaglia normativo, più concreto e già legiferato rispetto alla missione sui videogiochi violenti.
- È plausibile che la Commissione Europea, già attiva sul fronte loot box e PEGI 16, osservi con interesse l’esperienza francese in vista di un’iniziativa più ampia a livello comunitario.
- In Italia, senza una spinta politica dedicata, la proposta di legge sul PEGI 18 rischia di restare in un cassetto parlamentare anche oltre il decennio già trascorso dal 2015.
Domande frequenti
Macron ha vietato i videogiochi violenti in Francia?
No. Il presidente francese ha soltanto ipotizzato un possibile divieto per i minori di 15 anni, condizionandolo ai risultati di una missione scientifica le cui conclusioni, promesse per maggio-giugno 2026, non sono mai state pubblicate.
Chi guida la missione sui videogiochi violenti in Francia?
La missione è co-diretta dalla ministra della Cultura Rachida Dati e dalla ministra delegata al Digitale Anne Le Hénanff, con il supporto scientifico del Conseil de l’IA et du numérique e degli psichiatri Raphaël Gaillard e Amine Benyamina.
Perché il rapporto non è mai stato pubblicato?
Non è stata fornita alcuna spiegazione ufficiale. Le ipotesi più plausibili riguardano la complessità scientifica del tema – il nesso tra videogiochi violenti e aggressività resta scientificamente controverso – oppure la scelta politica di non riaprire un dossier che aveva già generato forti reazioni.
Cosa dicono le associazioni di settore sul presunto legame tra videogiochi e violenza?
Sia il SNJV che il SELL sostengono che non esista un consenso scientifico a supporto del nesso causale tra videogiochi violenti e comportamenti aggressivi, definendo le dichiarazioni di Macron contraddittorie rispetto al recente riconoscimento pubblico tributato al settore.
Cos’è il JONUM e riguarda anche i minori?
Il JONUM è un quadro sperimentale, introdotto con decreto il 4 febbraio 2026, che regola i giochi con oggetti digitali monetizzabili imponendo verifiche d’identità e d’età; i minori ne sono esclusi per legge.
L’Italia ha una normativa simile a quella francese sui videogiochi violenti?
No: in Italia la vendita di un titolo PEGI 18 a un minore non è oggi sanzionata per legge. Una proposta per introdurre l’obbligo, con multe fino a 100.000 euro, è depositata in Parlamento almeno dal 2015 senza essere mai stata approvata.
Le loot box sono regolamentate in Europa?
Solo in modo frammentato: il Belgio le equipara al gioco d’azzardo dal 2018, mentre PEGI ha introdotto da giugno 2026 una classificazione più dettagliata che tiene conto anche di questi meccanismi; l’AGCM italiana segue il dossier nell’ambito della cooperazione UE sulla tutela dei consumatori.
Un divieto dei videogiochi violenti per i minori avrebbe basi scientifiche solide?
Secondo SELL, SNJV e la maggior parte della letteratura citata dagli operatori del settore, no: gli studi disponibili non dimostrano un nesso causale diretto tra l’esposizione a contenuti violenti nei videogiochi e comportamenti violenti nella vita reale, sebbene il dibattito accademico non sia del tutto chiuso.
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